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Gabbie salariali. Ovvero: ma de che stamo a parlà

La Lega se n’esce con questa brillante idea di “legare i salari al costo della vita”, e il governo le va dietro. Credo che serva un po’ di chiarezza: parliamo degli stipendi del pubblico o del privato? Perché forse chi fa politica e non ha mai lavorato un giorno in vita sua (soprattutto nel settore privato) non sa che un divario tra nord, centro e sud esiste già eccome! Anche all’interno di una stessa azienda (e io ne ho viste parecchie, sia da dipendente che confrontandomi con persone che ci lavoravano, nella mia attività di consulente) non è affatto inusuale scoprire che una stessa figura ha uno stipendio diverso a seconda che sia impiegato nella sede di Milano o di Roma, per esempio. A volte, tuttavia, questo succede anche all’interno della stessa sede, per lavoratori di pari livello. Innanzitutto va capito che nel settore privato non esiste (o non dovrebbe esistere in modo marcato) il concetto di stipendio legato all’anzianità: a occupare una stessa posizione può esserci una persona con dieci anni di esperienza o un’altra, magari più brillante, di cinque. E in ogni caso nel privato è molto comune che una persona cambi azienda diverse volte, specialmente durante i suoi primi dieci-quindici anni di carriera. Se si tratta di un lavoratore in gamba, a ogni “salto” avrà portato con sé esperienze considerate preziose dal nuovo datore di lavoro, e avrà saputo negoziare il passaggio in termini economici. Tutto questo serve a dire che nel settore privato (con l’eccezione di certe aziende-elefante che portano ancora la memoria di un’impostazione statale) tutta la sbandierata corsa alla meritocrazia e alla produttività esiste già da tempo. Se il mio collega pari livello guadagna più di me è perché probabilmente ha più esperienza, competenze e come minimo si è saputo vendere meglio. Magari è più leccaculo di me con il suo manager: ci sta. Ma fino a un certo punto: i dirigenti che mandano avanti le aziende e i loro team di lavoro in questo modo, durano solo nelle aziende-ministero di cui sopra. In quelle “vere”, cioè quelle che stanno sul mercato in assenza di monopoli e privilegi di Stato, chi è in gamba viene premiato.

Dunque: se in un’azienda di questo tipo voglio un trattamento migliore posso (ammesso di averne le capacità) dimostrare di valere di più al mio datore di lavoro. Oppure, se magari gli spazi e i budget sono limitati, posso andare da un’altra parte. In un’azienda che sia disposta a credere, sulla base del mio curriculum e del modo in cui mi saprò proporre, di valere quanto chiedo. Punto.

Ma eravamo partiti dalle differenze tra due lavoratori “pari livello” in una sede del nord e in una del sud. Anche ammesso di trovare due persone davvero paragonabili per percorso lavorativo, esperienza e (tiè) anzianità aziendale, la differenza che spesso c’è tra Milano, Roma e Catania, per esempio, è tutt’altro che una novità. Se non altro per il fatto che più si sale verso nord e più emigrazione interna si trova. A Roma c’è chi dice che ci siano «Più calabresi che romani», e un modo di dire simile c’è anche a Milano e in generale al nord. Parliamoci chiaro: non è che la gente se ne va da Napoli, Catania o Lecce a cuor leggero. La devi incentivare, e in ogni caso devi metterla in condizione di campare, visto che il costo della vita è diverso. E la differenza che c’è tra Milano e Roma? Beh: forse non è collegabile a un diverso costo della vita, visto che personalmente non mi risultano disuguaglianze tangibili. Probabilmente (oltre alla componente metereologica che va mitigata a suon di quattrini), la disparità spesso riscontrata si collega al fatto che il mercato del lavoro al nord è più dinamico. È più facile cercarsi un nuovo impiego, così un’azienda è costretta a pagare di più i suoi impiegati nella speranza di trattenerli. Scendendo lungo lo Stivale il mercato offre meno alternative, quindi le aziende sono man mano meno costrette a tenere alti gli stipendi per questo motivo.

Quindi, in sostanza, visto che nel mercato del lavoro privato ogni datore di lavoro fa (nei limiti di legge, per ora) ciò che ritiene più opportuno, la proposta della Lega mi pare la solita sparata demagogica. Veniamo al pubblico impiego. Oggi come oggi l’impiegato statale (o comunale, o provinciale) medio, con il suo stipendio al sud campa dignitosamente, al centro e al nord vivacchia. Ok. E allora? Invece di chiederci perché esistono parti del paese nelle quali gli affitti sono alle stelle e i negozianti possono permettersi di fare ricarichi da banditi e poi dichiararsi semi-nullatenenti, prendiamo semplicemente atto di questa incapacità di controllare il paese e diamo più soldi a chi subisce questo tipo di trattamento? E poi: già all’interno di una stessa regione il costo della vita nel capoluogo è di solito ben più alto che nelle altre provincie. Questo vuol dire che un poliziotto, un impiegato statale o un carabiniere che lavora a Napoli dovrà aspettarsi trattamenti diversi se fa il suo mestiere a Salerno? Ovviamente no.

È evidente che con questa sua boutade (che a sentire l’Utilizzatore Finale tanto una boutade non è) la Lega sia come al solito alla ricerca del consenso dei suoi elettori del Nord. Prima vincoleranno i posti statali (lo stanno già facendo coi presidi di scuola) a chi è nato “sul territorio”, poi assegneranno a quelli del Nord uno stipendio più alto. E così un dipendente pubblico di Napoli guadagnerà meno di quello di un paesino della Brianza, e non potrà mai sognarsi di chiedere il trasferimento. E quelli del sud continueranno in larga parte (i numeri lo dimostrano) a storcere la bocca per quello che la Lega chiede e ottiene dall’Utilizzatore Finale, ma continueranno anche a votarlo.

La soluzione non sono le gabbie salariali, già spazzate via dalla storia, bensì uno sforzo di rendere più uniforme, per quanto possibile, il costo della vita. Per quale motivo l’Equo Canone non è più applicato da nessuno e lo Stato non lo impone? Per quale motivo i reati di natura fiscale non devono essere perseguibili penalmente, e invece i furbi rischiano così poco che gli conviene evadere? Perché in tempi di crisi e di Social Card non deve venire imposto un calmiere dei prezzi almeno per i beni alimentari e di prima necessità, uguale da Aosta a Ragusa?

Grazie della vostra attenzione,

Francesco

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