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Ciao! A meno che tu non sia qui per sbaglio, immagino che in qualche modo t'interessi quello che scrivo. Quando posso aggiorno il mio blog: qui a sinistra trovi le diverse rubriche. In basso, invece, le informazioni sui miei libri.
Grazie della tua attenzione. Francesco

 

 

      

 

 

VAMPIROPOLI - Scandalo di sangue 
(2011, Pyra Edizioni)

 

   101 modi per combattere il tuo nemico acquisito: tua suocera 
(2009, Newton Compton)

«E se ti dicessi che il presidente del consiglio è un adoratore del demonio che beve sangue umano?»
«Be’… Direi che dopo il presidente operaio e quello puttaniere, il presidente vampiro sarebbe un’evoluzione interessante…Però credo che nessuno si stupirebbe: lo sanno tutti che i politici non sono altro che dei parassiti che succhiano il sangue a noi comuni mortali!»
«Non c’è mica da scherzarci su! Guarda cosa c’è in questo dvd…»

 (Dettagli)

 

Come resistere  alle angherie di una suocera invadente, egocentrica o ipocrita? Che fare se ci prova con voi? E se sospettate che venga da un altro pianeta? Come comportarsi se scoprite che ha un amante? Cosa suggerisce su di lei la saggezza popolare? E come viene rappresentata nella... (Dettagli)


 
      

 

 Se mi lasci sto male
(2007)

 

   Sposati e pericolosi
(2008)

“Se mi lasci sto male” è un seguitissimo reality show sul mal d’amore. La presenta Margherita Ficarazzi: una stupenda e brillante anchor-woman nota come “La paladina dei sedotti e abbandonati”. Dietro la superficie patinata dello show, tuttavia, c’è molto di più… (Dettagli)

 

«Se avete amato “Se mi lasci sto male” adorerete “Sposati e pericolosi”: il sorprendente reality show condotto dalla paladina dei sedotti e abbandonati!». Con questo slogan la tv di Stato lancia la sua nuova sfida: un docu-reality sulle difficoltà del matrimonio... (Dettagli)


 

 

Gabbie salariali. Ovvero: ma de che stamo a parlà

La Lega se n’esce con questa brillante idea di “legare i salari al costo della vita”, e il governo le va dietro. Credo che serva un po’ di chiarezza: parliamo degli stipendi del pubblico o del privato? Perché forse chi fa politica e non ha mai lavorato un giorno in vita sua (soprattutto nel settore privato) non sa che un divario tra nord, centro e sud esiste già eccome! Anche all’interno di una stessa azienda (e io ne ho viste parecchie, sia da dipendente che confrontandomi con persone che ci lavoravano, nella mia attività di consulente) non è affatto inusuale scoprire che una stessa figura ha uno stipendio diverso a seconda che sia impiegato nella sede di Milano o di Roma, per esempio. A volte, tuttavia, questo succede anche all’interno della stessa sede, per lavoratori di pari livello. Innanzitutto va capito che nel settore privato non esiste (o non dovrebbe esistere in modo marcato) il concetto di stipendio legato all’anzianità: a occupare una stessa posizione può esserci una persona con dieci anni di esperienza o un’altra, magari più brillante, di cinque. E in ogni caso nel privato è molto comune che una persona cambi azienda diverse volte, specialmente durante i suoi primi dieci-quindici anni di carriera. Se si tratta di un lavoratore in gamba, a ogni “salto” avrà portato con sé esperienze considerate preziose dal nuovo datore di lavoro, e avrà saputo negoziare il passaggio in termini economici. Tutto questo serve a dire che nel settore privato (con l’eccezione di certe aziende-elefante che portano ancora la memoria di un’impostazione statale) tutta la sbandierata corsa alla meritocrazia e alla produttività esiste già da tempo. Se il mio collega pari livello guadagna più di me è perché probabilmente ha più esperienza, competenze e come minimo si è saputo vendere meglio. Magari è più leccaculo di me con il suo manager: ci sta. Ma fino a un certo punto: i dirigenti che mandano avanti le aziende e i loro team di lavoro in questo modo, durano solo nelle aziende-ministero di cui sopra. In quelle “vere”, cioè quelle che stanno sul mercato in assenza di monopoli e privilegi di Stato, chi è in gamba viene premiato.

Dunque: se in un’azienda di questo tipo voglio un trattamento migliore posso (ammesso di averne le capacità) dimostrare di valere di più al mio datore di lavoro. Oppure, se magari gli spazi e i budget sono limitati, posso andare da un’altra parte. In un’azienda che sia disposta a credere, sulla base del mio curriculum e del modo in cui mi saprò proporre, di valere quanto chiedo. Punto.

Ma eravamo partiti dalle differenze tra due lavoratori “pari livello” in una sede del nord e in una del sud. Anche ammesso di trovare due persone davvero paragonabili per percorso lavorativo, esperienza e (tiè) anzianità aziendale, la differenza che spesso c’è tra Milano, Roma e Catania, per esempio, è tutt’altro che una novità. Se non altro per il fatto che più si sale verso nord e più emigrazione interna si trova. A Roma c’è chi dice che ci siano «Più calabresi che romani», e un modo di dire simile c’è anche a Milano e in generale al nord. Parliamoci chiaro: non è che la gente se ne va da Napoli, Catania o Lecce a cuor leggero. La devi incentivare, e in ogni caso devi metterla in condizione di campare, visto che il costo della vita è diverso. E la differenza che c’è tra Milano e Roma? Beh: forse non è collegabile a un diverso costo della vita, visto che personalmente non mi risultano disuguaglianze tangibili. Probabilmente (oltre alla componente metereologica che va mitigata a suon di quattrini), la disparità spesso riscontrata si collega al fatto che il mercato del lavoro al nord è più dinamico. È più facile cercarsi un nuovo impiego, così un’azienda è costretta a pagare di più i suoi impiegati nella speranza di trattenerli. Scendendo lungo lo Stivale il mercato offre meno alternative, quindi le aziende sono man mano meno costrette a tenere alti gli stipendi per questo motivo.

Quindi, in sostanza, visto che nel mercato del lavoro privato ogni datore di lavoro fa (nei limiti di legge, per ora) ciò che ritiene più opportuno, la proposta della Lega mi pare la solita sparata demagogica. Veniamo al pubblico impiego. Oggi come oggi l’impiegato statale (o comunale, o provinciale) medio, con il suo stipendio al sud campa dignitosamente, al centro e al nord vivacchia. Ok. E allora? Invece di chiederci perché esistono parti del paese nelle quali gli affitti sono alle stelle e i negozianti possono permettersi di fare ricarichi da banditi e poi dichiararsi semi-nullatenenti, prendiamo semplicemente atto di questa incapacità di controllare il paese e diamo più soldi a chi subisce questo tipo di trattamento? E poi: già all’interno di una stessa regione il costo della vita nel capoluogo è di solito ben più alto che nelle altre provincie. Questo vuol dire che un poliziotto, un impiegato statale o un carabiniere che lavora a Napoli dovrà aspettarsi trattamenti diversi se fa il suo mestiere a Salerno? Ovviamente no.

È evidente che con questa sua boutade (che a sentire l’Utilizzatore Finale tanto una boutade non è) la Lega sia come al solito alla ricerca del consenso dei suoi elettori del Nord. Prima vincoleranno i posti statali (lo stanno già facendo coi presidi di scuola) a chi è nato “sul territorio”, poi assegneranno a quelli del Nord uno stipendio più alto. E così un dipendente pubblico di Napoli guadagnerà meno di quello di un paesino della Brianza, e non potrà mai sognarsi di chiedere il trasferimento. E quelli del sud continueranno in larga parte (i numeri lo dimostrano) a storcere la bocca per quello che la Lega chiede e ottiene dall’Utilizzatore Finale, ma continueranno anche a votarlo.

La soluzione non sono le gabbie salariali, già spazzate via dalla storia, bensì uno sforzo di rendere più uniforme, per quanto possibile, il costo della vita. Per quale motivo l’Equo Canone non è più applicato da nessuno e lo Stato non lo impone? Per quale motivo i reati di natura fiscale non devono essere perseguibili penalmente, e invece i furbi rischiano così poco che gli conviene evadere? Perché in tempi di crisi e di Social Card non deve venire imposto un calmiere dei prezzi almeno per i beni alimentari e di prima necessità, uguale da Aosta a Ragusa?

Grazie della vostra attenzione,

Francesco

Tu sei Barack Obama

Ciao a tutti, oggi sento il bisogno di esprimermi sul Partito Democratico e sulla recente polemica sulla neo-eletta alle Europee: Debora Serracchiani. C’è chi ha dichiarato che nella gioventù non c’è per forza qualità. ‘Sta donna c’ha quasi quarant’anni, tanto giovane non è. Qualcuno ha scritto che non ci si può soltanto affidare all’apparenza, ma a me la Serracchiani pare carina: certo non una strafica come certe candidate di parte avversa. Oggi la politica si fa in tv e (senza eccessi) una presenza gradevole non può essere considerato addirittura un difetto, in presenza di altre qualità, è ovvio.

Ho sentito il suo intervento di fronte al segretario Dario Franceschini: l’appassionato monologo di 13 minuti che ha ricevuto tante attenzioni su internet e che le è valso un numero di preferenze superiori al suo capolista e persino all’Utilizzatore Finale, nella stessa circoscrizione.

La ragazza dimostra passione e dialettica: cosa non da poco in un contesto in cui la gente che ha guidato negli ultimi anni la sinistra il pubblico lo annoiava, quando proprio non lo faceva addormentare. La ragazza ha seguito e fa paura, e gran parte del gotha del PD si è schierato contro di lei e ha attaccato le sue dichiarazioni in un modo a cui ci ha abituato solo un certo tipo di giornalismo schierato. Franceschini è il più simpatico e non fa parte dell’apparato, ha detto all’incirca.

Traduzione: Franceschini ha capacità empatiche e comunicative che ad altri mancano, e non è stato tra quelli che hanno permesso all’Utilizzatore Finale di candidarsi ai tempi della “discesa in campo”, che poi non hanno risolto il problema del conflitto d’interessi quando ne hanno avuto l’occasione e i numeri per farlo, che non hanno tenuto fuori i condannati dal Parlamento e che infine non hanno smantellato le leggi ad personam che hanno tenuto fuori di galera per tutto questo tempo l’uomo che sostengono di combattere. Non sono colpe da poco.

Sono comportamenti che fanno sospettare che l’aver lasciato entrare quell’uomo e poi l’averlo tenuto in campo siano stati modi per mascherare la loro incapacità di stare uniti e di migliorare il paese. La loro affezione al potere (anche piccolo, frammentato e locale) prima che allo Stato.

Debora Serracchiani non è Barack Obama. E se è per questo nemmeno Barack Obama è il Barack Obama che sembra uscire dalle parole dei politici che lo esaltano: un genio, un visionario, un grande comunicatore. È solo una persona intelligente che conosce il mondo che lo circonda (quello del lavoro e non solo dei circoli politici) ed è consapevole dei modi che oggi ci sono per raggiungere le persone. Come internet. Che sa parlare quanto deve saperlo fare un avvocato. E non si presenta male. Di chi sto parlando?

Di Barack Obama? Di Debora Serracchiani? Di Dario Franceschini? Di te? Di me?

Guardiamoci attorno. Sto parlando di un certo numero di persone che possiamo incontrare oggi nell’ambiente che abitualmente frequentiamo. Gente che per lavoro quando capita parla in pubblico e si fa capire, che usa i mezzi informatici per far conoscere le proprie iniziative e che mediamente è consapevole del mondo che la circonda. Gente che quando la incontri ti sa strappare un sorriso.

Sono persone eccezionali? Sono geni, visionari, grandi comunicatori?

Non credo. Ma se li confronti con chi in politica quando parla non si capisce cosa dica, che si è conquistato le sue posizioni per anzianità e clientelismo, e che pensa ancora che la gente la raggiungi a colpi di cartelloni, allora capisci perché Barack Obama pare un genio.

E capisci perché Debora Serracchiani, in un contesto di gente con un passato pieno di rimorsi e rimpianti, priva di leadership, di entusiasmo e di capacità comunicativa, faccia paura.

Stiamo parlando della prima Presidente del Consiglio donna?

Non lo so. Secondo me stiamo parlando del tipo di politico che sarebbe bello vedere occupare sempre di più le nostre Camere: una persona capace di farsi capire dalla gente, con una professione a cui tornare, ancorata alla realtà e dalla fedina penale pulita. Stiamo parlando di qualcuno che non è responsabile dello sfascio in cui ci troviamo, e che non debba fedeltà o gratitudine a chi lo è.

Chiedo troppo?

Vi ringrazio della vostra attenzione e concludo condividendo con voi il profondo dolore per le persone che nel rogo di Viareggio hanno perso la casa, gli affetti o la vita. Mi fa troppo male pensare a quei bimbi bruciati per dire più di così. Mi dispiace.

Francesco

La politica del farsele
Telegrafico, solo per comunicarvi un gioco di parole che mi è venuto in mente e che mi sembra non sia stato ancora sfruttato: l'Utilizzatore Finale parla tanto di "politica del fare", ma pare che tutto sommato sia assai più interessato alla "politica del farsele". Potrebbe essere un buon titolo per un istant book. Quasi quasi...

Ciao a tutti.
Francesco



permalink | inviato da Francesco1967 il 26/6/2009 alle 12:44 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (1) | Versione per la stampa
Sacrifici necessari. O forse no?

Qualche anno fa andai a tenere un corso presso un’azienda la cui sede si trovava a Cologno Monzese. Le elezioni erano state appena vinte dalla coalizione di centro-sinistra, ma non so come mai con il tassista ci trovammo a chiacchierare di una particolare onorevole eletta nel centro-destra, fino a poco tempo prima showgirl. Si trattava di una bella ragazza che pare fosse stata motivo di una reazione indignata di gelosia da parte della moglie dell’allora leader dell’opposizione. Oggi quella stessa parlamentare occupa una poltrona ben più importante di uno scranno di Montecitorio. Ebbene, il tassista (che da anni bazzicava i dintorni) mi spiegava che questo delle donne, e del loro doveroso passaggio da una certa camera da letto, era un segreto di Pulcinella. Era noto a tutti nell’ambiente che per far strada presso quelle tv dovevi passare da quel letto, specialmente se eri alle prime armi. Era una cosa che si sapeva e che faceva ben poco scandalo. D’altra parte, aggiungo io, la legge del “Sofà del produttore” non se la sono certo inventata a Cologno!

Le cose oggi per certi versi non sono cambiate affatto, per altri sono mutate radicalmente. Nell’ottica (che non codivido) in cui lo Stato diventa un’azienda in mano ai privati e il Governo un consiglio di amministrazione, è automatico pensare che nello stesso modo in cui a suo tempo ruoli televisivi venivano concessi in cambio di favori sessuali, oggi vengano elargite poltrone parlamentari e candidature alle europee a chi si concede. Dov’è il problema?

Ebbene: io un problema lo vedo, e lo vedo da un ottica imprenditoriale prima che etica, morale o politica. Lo vedo nella situazione odierna, perchè parlando dei tempi in cui si esigeva di “utilizzare” le belle ragazze prima di concedere loro spazio nelle tv, questo rientrava nello spietato ordine delle cose. Anche perchè per di più le televisioni erano, appunto, proprietà dell’utilizzatore finale, come si usa dire oggi. Il rischio d’impresa era molto limitato. Mi spiego: per fare quello che facevano (e fanno) la maggior parte delle donne nelle trasmissioni televisive, bastava un bel corpo e una bella faccia. Poche, dotate di un qualche talento, vanno più in là di un breve periodo di tappezzeria televisiva. Di conseguenza il danno potenzialmente inflitto alle proprie stesse aziende era virtualmente nullo: una bella ragazza (da quelle parti) vale l’altra. L’unico rischio era quello di trovarsi davanti un grande talento di donna che, rifiutando di concedersi, si vedesse sottratta la possibilità di esibirsi in quelle tv. E va bene: se fosse stata brava davvero avrebbe molto probabilmente trovato un’altra strada, priva di scorciatoie e compromessi, per il successo nello show-business. Ci si potrebbe chiedere se al solito Utilizzatore Finale convenisse rischiare che del suo ius primae noctis si sapesse qualcosa. In realtà, come la conversazione con il tassista mi confermava, non gliene fregava nulla e anzi, probabilmente ne era anche abbastanza fiero. Come ripeto: in quell’ambiente il tutto rientrava nelle regole del gioco, problemi d’immagine non ce n’erano e danni all’azienda (sua) non se ne facevano o quasi.

Veniamo a oggi. Oggi una bella ragazza che aspiri a una candidatura politica o un qualche favore ben più importante della possibilità di sculettare davanti a una telecamera si presenta davanti al buon Papi. Lui le dice sì, se la porta a letto e il giorno dopo la inserisce in una lista di candidature o le garantisce un appoggio politico per un qualche progetto imprenditoriale, magari con una bella sovvenzione statale. È cambiato qualcosa, rispetto ai tempi di Cologno e del Sofà? Direi di sì. Oggi l’”Impresa” in questione non è più una televisione in cui far fare tappezzeria a una pletora di belle ragazze. Oggi l’Impresa è lo Stato. E ogni candidatura, finanziamento o appoggio politico concesso per meriti sessuali è un’opportunità persa di concedere quella stessa risorsa a qualcuno che di meriti ne abbia altri, ben più adatti. Il problema che vedo è che con un comportamento di questo genere l’”Amministratore Delegato” dell’Azienda-Stato occupa posizioni con persone potenzialmente dannose o come minimo ininfluenti. In alcuni casi lo fa per controllarle direttamente, in altri perché considera quelle posizioni prive d’importanza. In tutti i casi lo fa perché quelle persone lo hanno personalmente “soddisfatto” con le loro “prestazioni”, siano esse di natura professionale (avvocati o segretari) o di altro genere. È la “mignottocrazia” di cui ha parlato Paolo Guzzanti, nella quale non voglio però entrare in discorsi di natura morale, bensì di natura imprenditoriale: questo “Amministratore Delegato” di un’azienda non sua non colloca persone competenti, bensì gente che sollazza o soddisfa lui personalmente in ambiti che con quelle posizioni non hanno niente a che vedere. Lo farebbe, se l’azienda fosse quotata in borsa e ci fossero degli azionisti a cui render conto? O se l’azienda fosse sua e rischiasse di andar fallito? Non credo. Non credo che sceglierebbe una con cui si è trovato bene al letto o che semplicemente gli piace fisicamente, per occupare una poltrona dirigenziale. C’è un danno d’impresa, o almeno un tangibile rischio.

C’è poi un altro aspetto da cogliere, secondo me, che è quello dell’immagine personale, nonché della forza politica e del Paese che rappresenta (quando si è trovato a farlo). Come uomo sono il primo ad ammettere che è piacevole circondarsi di belle ragazze. Capisco perfettamente, quindi, l’attitudine del Nostro per le feste condite da gradevoli presenze femminili. Tuttavia ritengo che, mentre quando faceva solo il costruttore edilizio e il produttore televisivo la sua importanza nello scenario imprenditoriale non potesse essere minata dalle voci sulla sua esuberanza sessuale, come uomo politico avrebbe dovuto comportarsi diversamente, e da tempo. Se gliene importasse davvero come dice dell’impresa-Stato e del suo ruolo (sia al Governo che all’Opposizione) a livello interno e internazionale, avrebbe dovuto dare un taglio a un certo stile di vita. Da quando ha deciso di “scendere in campo” le feste con le ragazze-immagine sulle ginocchia, il sofà del produttore e ogni altro genere di comportamento non consono a una figura di peso politico, avrebbe dovuto essere bandito. Se davvero quest'uomo volesse un’Italia più importante a livello internazionale, e se veramente avesse voluto ambire al ruolo di statista che per sé immaginava, certe cose avrebbe dovuto smettere di farle. Un sacrificio, lo so, ma inevitabile per costruirsi un vero percorso da statista. So oggi una ragazza ci fosse venuta a raccontare che negli anni ottanta aveva dovuto scopare con lui per una particina in tv, ma dalla sua “discesa in campo” la condotta dell’uomo non fosse stata attaccabile su quel versante, credo che la reazione sarebbe stata diversa, anche nella stampa che oggi l’attacca dentro e fuori dal paese. Invece si è esposto al ricatto di molte, molte persone, che avrebbero facilmente potuto trascinarlo nel fango. Non posso credere che si sia davvero illuso che di certi comportamenti non si sarebbe mai venuto a sapere, ma immagino che sia ben consapevole che una sufficiente parte di elettori glieli avrebbero perdonati.

Viene tuttavia il dubbio che dell’importanza dell’Italia nel mondo, delle condizioni di vita dei cittadini e della tenuta dell’economia, e persino della sua immagine come uomo politico sia dentro che fuori dal Paese, in fondo non gliene importi assolutamente nulla.

Grazie della vostra attenzione,
Francesco

Tell me more

Ciao. Torno, dopo un lungo silenzio dovuto al lavoro e all’intensa attività di editing che ancora mi assorbe per il libro sulle suocere. Oggi vi parlo di un’esperienza bellissima che ho vissuto sabato. Mio nipote Lorenzo, figlio di mia sorella Renata, aveva il saggio artistico della sua scuola. Stiamo parlando di un ragazzino che va alle elementari, e lui in particolare ha otto anni.

Antefatto: la maestra che si occupa di queste attività voleva proporre di fare un musical. È andata in classe e ha detto: «Bambini, come saggio vorrei farvi fare una cosa in cui si balla e si recita e si canta…».

«Un musical», ha detto laconico mio nipote. Ok: va detto che ha vissuto fino ai tre anni a New York. Non che abitasse a Broadway. In realtà stava a Hoboken, nel Jersey, ma evidentemente qualcosa ha respirato… Va anche forse chiarito che Lorenzo è davvero avanti. È rimasta leggendaria la volta in cui un amico di mia sorella gli ha offerto un gelato e, quando gli ha detto «E la parolina magica?» (intendeva probabilmente “Grazie”), lui se l’è guardato e ha risposto: «Abracadabra».

Comunque: la maestra ha sgranato gli occhi. «E… Esatto! Bravo Lorenzo! Un musical!», ha esclamato stupita. «Vediamo un po’… Bambini: cosa vi piacerebbe fare?».

I ragazzini si sono guardati tra di loro con aria incerta. Qualcuno ha proposto timidamente cose tipo «To… Topolino?» o «Winnie Pooh?». Una bimba ha azzardato «Le Winx?». Poi, con la sua voce un po’ rauca da viaggiatore della galassia, Lorenzo ha pronunciato una sola parola, e senza punto interrogativo.

«Grease», ha sentenziato.

Ed eccoci a sabato scorso. Lui, che ve lo dico a fare, era Danny Zuko: il ruolo-leggenda appartenuto a John Travolta. Un Danny Zuko biondo scuro, un po’ riccio e con una marcata somiglianza con Riccardo Scamarcio, per capirci. Ci siamo divertiti da matti: erano tutti bravi, sia le Pink Ladies che i T-Birds. La scenografia era minimalista, ma perfetta per concentrarsi sulla loro performance. E in tre quarti d’ora ci hanno permesso di rivivere le emozione di un film-cult. Ovviamente erano in playback, ma io ero a due metri dal palco e li sentivo cantare sul serio: erano fantastici. Stavano giocando come solo a quell’età si può fare. Uno spasso.

Vi dico solo che mio figlio, che ha due anni e non sta fermo nemmeno quando dorme, è rimasto per tutto il tempo a bocca aperta a guardare lo spettacolo, seduto in cima a uno sgabello da bar. Lui adora suo cugino grande e quando era sul palco se lo mangiava con gli occhi, mentre quando non c’era stava là congelato ad aspettare che tornasse. Mai vista un’attenzione così. Non so i nomi degli altri bambini e comunque non mi sembrerebbe corretto citarli qui, però devo ripetere: tutti bravi, inclusa la regista e gli altri ragazzi coinvolti.

Ma (e non l’ho detto solo io) quello davvero eccezionale è stato Lorenzo. Sembrava un professionista che avesse voluto partecipare per amicizia a un saggio amatoriale. Un connubio perfetto tra la sconfinata versatilità artistica della mamma e l’intensa fisicità ereditata da suo padre.

Movimenti, facce, recitazione: tutto fantastico. E quando qualche volta (è pur sempre un bambino) qualcosa non andava, la sua faccia tosta che gli proviene dalla famiglia Cagno lo rimetteva in carreggiata.

Bravo, piccolotto. Bravissimo. Non è vero che i saggi dei bambini sono noiosi: non riesco a capire quei genitori che fanno tante storie per andarci. Davvero non li capisco.

Grazie a tutti della vostra attenzione.

Francesco

Già le mani dai ragazzi

Ciao a tutti. Oggi ho fatto un esercizio di stile e mi sono sforzato di esprimermi sull’ormai planetario “Affaire” che sta tormentando il Paese e chi lo governa, senza bisogno di fare nomi e cognomi. Un po’ per evitare guai giudiziari, un po’ per motivi che a breve comprenderete.

Cominciamo col dire che in prima battuta non ho parlato di questa querelle perché anche io sono passato per un divorzio e ho conosciuto tanti divorziati, e so che in quelle situazioni i due coniugi si scambiano con disinvoltura accuse aberranti, spesso prive di fondamento. Certe affermazioni affidate ai giornali sul marito che “frequenta minorenni”, per esempio, per me rischiavano di essere poi talmente vuote da rivelarsi davvero controproducenti, come l’interessato si affanna ad affermare. Da quanto comincia a emergere e stando al nervosismo dimostrato dal protagonista di questa storia, sembra invece che non sia così. Come minimo risulta evidente come quest’uomo si sia maldestramente barcamenato in una serie imbarazzante di improvvisate giustificazioni e affrettati contrordini che hanno reso tutta la faccenda assai sospetta. Come minimo risulta evidente che siamo rappresentati e guidati da un personaggio che non si preoccupa, davanti agli italiani, di dire la prima cosa che gli passa per la testa e poi, se “il pubblico” risponde male o risulta inopportuna per qualche altro motivo, di correggere spudoratamente la rotta. Non so se la gente se ne stia rendendo conto e soprattutto se consideri un atteggiamento di questo tipo consono a una delle massime figure istituzionali. Vedremo. Io temo di no.

Quello di cui vorrei tuttavia parlare è questa ragazza adolescente già così tanto accecata dal mito del mondo dello spettacolo dal non rendersi conto che questo stesso ambiente la sta già divorando, digerendo e si appresta a defecarla. Ma tant’è: come ripeto da tempo l’effetto-reality e la tv-spazzatura hanno messo nella testa di tanti italiani (specialmente i più giovani) l’idea che bravura, preparazione, umiltà e doti naturali non siano una condizione necessaria per ambire a una carriera in questo o quel settore. Quello che conta è la disponibilità a sputtanarsi, l’amicizia giusta e il pelo sullo stomaco. Ed ecco che a questo punto ogni professionalità diventa equivalente all'altra. Ecco che basta una spintarella e qualche compromesso per diventare un personaggio televisivo, ma anche un parlamentare, ma anche un consulente strapagato di una pubblica amministrazione, ma anche…

La bionda e angelica protagonista di questo torbido affare dice appunto di voler fare la showgirl e poi entrare in Parlamento. “Ci penserà papi”, sostiene. Un’affermazione di questo tipo mi sembra un frutto amaro di questi tempi malati di protagonismo e carenti di valori, nei quali se non compari in tv e non hai amicizie in alto loco non conti niente.

Mi rattrista poi molto vedere giovani normali, probabilmente sani all’origine come la stessa ragazzina in questione, il suo ex fidanzato operaio e presto pure la sua migliore amica, stritolati da un meccanismo mediatico per colpa dell’incoscienza di un uomo ben più che adulto che si sente figo ad accompagnarsi con un’adolescente. E non mi sento di incolpare “certa stampa” per questo. Ciò che ha incuriosito i giornali, oltre alle inquietanti affermazioni della moglie adirata, sono stati gli imbarazzanti dici-e-smentisci dell’interessato: un uomo con un incarico pubblico che in un qualunque paese civile sarebbe già stato travolto dai suoi stessi balbettamenti e silenzi.

E, da padre, m’incazzo come una bestia quando in un’intervista un notissimo ex direttore di giornale e telegiornale, afferma che oggi il costume e la morale sono cambiati e che una ragazza poco sotto i diciotto anni non si può definire davvero “una minorenne”. Secondo me gli adolescenti sono e restano persone da proteggere, specialmente in questi tempi così superficiali e frenetici. Esseri umani ancora deboli, acerbi e suggestionabili che vanno salvaguardati dalle lusinghe di chi è più potente, maturo e smaliziato. Non c’è bisogno di andare a letto con una minorenne per plagiarla e sconvolgerle la vita, come del resto vediamo in questo caso. Per forza di cose c’è un’età di confine e questa è di diciotto anni. Ma sia prima che dopo la “maggiore età” ci dovrebbe comunque essere la presenza della famiglia, a formare e a guidare i loro figli. A evitare che la loro vita venga stravolta da un adulto. Ci dovrebbe essere.

Mi impensierisce invece molto leggere di genitori che incoraggiano la figlia adolescente a intrattenere rapporti con un ultrasettantenne dalle note tendenze dongiovannesche. Mi chiedo: se a invitare la ragazza a passare il capodanno da lui (portandosi magari un’amica) fosse stato un qualunque altro anziano col parrucchino, la sua mamma e il suo papà avrebbero accompagnato con gioia la figlia in aeroporto o avrebbero detto «Che cazzo vuole quel vecchio bavoso?». E se quello stesso ultrasettantenne avesse preso l’abitudine di chiamare di notte la ragazza, avrebbero lasciato fare o lo avrebbero denunciato per stalking?

Grazie dell’attenzione,

Francesco


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permalink | inviato da Francesco1967 il 26/5/2009 alle 15:34 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (1) | Versione per la stampa
Senza cuore o senza conoscenza?

Ieri sono andato a dormire convinto di vivere in un paese in cui la maggior parte dei cittadini sono senza cuore.

Oggi sono tornato a illudermi di vivere solo in un paese fatto per la maggior parte da persone ignoranti.

Un bel sollievo.

La maggior parte, ho detto. Tu no. Come potresti essere capitato su questo blog, che è frequentato solo da persone che hanno letto almeno un libro (uno dei miei) o che bazzicano la community del Cannocchiale? Per caso, cercando su Google le parole “senza cuore” e “persone ignoranti”?

Quindi non offenderti. Probabilmente se stai leggendo queste righe sai che sulle navi cariche di migranti che sono state costrette ad approdare in Libia per essere trattenuti in chissà quali condizioni igieniche c’erano anche donne e bambini piccoli. E sei al corrente che anche le stime più prudenti stabiliscono che circa un quarto di quei migranti aveva diritto all’asilo politico e che se tornano nel loro paese fanno una brutta fine. Sai queste cose perché leggi un qualche quotidiano “indipendente” dal Governo, o quasi. O lo sai perché hai guardato un tg del terzo canale Rai o di La7, o una qualunque trasmissione di approfondimento politico-sociale di questi ultimi tempi.

È difficile credere che uno sappia queste cose e poi ai sondaggi di Ballarò risponda che è d’accordo con quei respingimenti forzati. Così come non posso pensare che uno sia d’accordo sull’introduzione del reato di clandestinità se è anche consapevole del fatto che questo si traduce (dato il nostro ordinamento in materia di doveri dei Pubblici Ufficiali) nella ghettizzazione degli irregolari in tema di Sanità. Mi rifiuto di credere che se uno comprende il sillogismo “reato di clandestinità”=”sanità clandestina” o “molti più extracomunitari malati” o “neonati nascosti”, può considerarlo una buona idea.

Il problema è che la maggior parte della gente il giornale non lo compra né lo legge. E di quei pochi che lo comprano, scelgono solo la testata che gli racconta le cose come loro se le vogliono sentir dire. E delle donne e dei bambini che stanno su quelle navi non dice nulla. O gli racconta che in Libia stanno allestendo (con i nostri soldi) delle oasi nel deserto dove quei migranti verranno accolti come dei pascià.

Il problema è che la maggior parte della gente in tv guarda solo “intrattenimento”, e nella migliore delle ipotesi “telegiornali” che certe cose non le dicono, mentre si sperticano nelle lodi per l’attività del Governo.

E il problema è che per quanto sia alto lo share delle trasmissioni di approfondimento di cui sopra, parliamo al massimo di qualche milione di persone, a fronte di alcune decine che non le guardano e che non se ne interessano. Per esempio: se Report venisse trasmesso a reti unificate non verrebbe a tutti (non solo a noi “ideologizzati”) il dubbio che qualcosa non va? Io credo di sì.

E il problema è che internet, per chi in Italia lo usa, è ancora molto poco un mezzo in cui cercare notizie. È un modo per chattare, ma poi se si va in un qualche sito che dà informazione, in genere si sceglie quel canale in cui ci si riconosce, un po’ come molti fanno con i quotidiani. E poi che ne sai se quello che si dice su internet è vero? E quindi molti finiscono con il non crederci.

No. Non siamo un paese di persone senza cuore. Se tutti sapessero certe cose avrebbero un’idea diversa su questi argomenti. Se tutti si fossero trovati davanti agli occhi il bellissimo articolo di Roberto Saviano uscito oggi su Repubblica e riportato sul sito, credo davvero che forse un tremito di dubbio percorrerebbe il Paese.

Ma anche se lo leggessero dieci milioni di persone ce ne sarebbero ancora cinquanta che non ne saprebbero nulla. E rimarrebbero convinti che gli extracomunitari costituiscano il vero problema in tema di criminalità e sicurezza in Italia.

No. Non siamo un paese senza cuore. Siamo solo un paese senza conoscenza.

Ci vogliono dei sali.

Grazie della vostra attenzione.
Francesco

Buona Pasqua
Un post telegrafico per augurare a tutti una Santa Pasqua, con un pensiero particolare di solidarietà alle persone che stanno patendo a causa del terremoto.
Ciao, un abbraccio.
Francesco 



permalink | inviato da Francesco1967 il 9/4/2009 alle 20:30 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (1) | Versione per la stampa
Le parole sono importanti

Ciao a tutti. Vorrei dire qualche parola sulla recente ufficializzazione del partito di centro-destra. Lo faccio, sia chiaro, dal punto di vista linguistico e della comunicazione. L’aver pubblicato un paio di romanzi che tra le altre cose toccano i temi della manipolazione televisiva e dell’invasione dello Stato nella vita privata non fa di me un esperto in materia di cose politiche. I miei sono sempre commenti da semplice cittadino minimamente informato e consapevole. Mi considero più che altro un appassionato delle parole e in quest'ambito mi sento di dire qualcosa sull’operazione linguistica e mediatica che ha ruotato intorno alla formazione del Popolo della Libertà.

Cominciamo proprio con il nome, e con il dover ammettere che non mi convince affatto. Mi fa pensare, parafrasando i Doors e permettendomi una piccola forzatura linguistica, a una “Ship of furbs”: un “Popolo” eterogeneo e caciarone che va in giro per l’Italia a prendersi delle “Libertà” (ognuno le proprie). Soprattutto temo che questa possa essere l’interpretazione non tanto degli amministratori locali o dei parlamentari, no... Penso più all'elettorato: a coloro i quali si riconoscono in quella parte politica e potrebbero ritenersi autorizzati a fare ciò che più gli pare a danno della libertà degli altri. In particolare di chi ha un’opinione diversa e di conseguenza sbagliata. Questo soprattutto se dovessero sentirsi ispirati dall’inquietante slogan con cui il PdL ha annunciato la propria nascita: “Nasce il partito degli italiani”. Il pericolo che solo chi si sente “del PdL” si consideri italiano (e gli altri si fottano) è inversamente proporzionale al livello di educazione civica degli abitanti del Bel Paese. Quindi è alto.

È un po' come liberalizzare le regole per aumentare la cubatura delle case e affidarsi al buon gusto dei proprietari di casa e all'onestà di costruttori edilizi e periti privati, per evitare uno scempio. 

Sono certo che la maggior parte di quelli che hanno fondato il PdL non desiderano questo tipo di deriva in stile "Ship of furbs". Penso tuttavia che avrebbero potuto dichiararlo in modo più esplicito chiamandosi per esempio “Partito Liberista”. Mi rendo conto che in questo modo si doveva dichiarare da che parte si stava davvero, tra due termini in realtà antitetici dal punto di vista politico: popolo e libero mercato. Magari ci si poteva ispirare alla tradizione europea e chiamarsi “Partito Popolare”. Sarebbe stata una bugia, ma suonava meglio. O ancora si poteva tentare l’unione attraverso un’antinomia tipo “Partito Liberal-Popolare. O “Popolar-Liberista”, o semplificarlo in ciò che effettivamente è, almeno dal punto di vista mediatico: “Partito Populista”. Sono certo che le opposizioni avrebbero applaudito quanto meno all’autoironia. Oltretutto, anche per dare un nome ai suoi membri o simpatizzanti sarebbe stato assai più chiaro e meno cacofonico definirli “i popolari ” o “i liberisti” o “i popolarliberisti” o appunto “i Populisti”, piuttosto che “Pidiellini”, come sarà necessario chiamarli ora. Già mi immagino gli involontari (?) svarioni televisivi tipo “Predellini”, “Bidellini”, “Ciellini”, etc…

Pensando al passato, persino il termine “Forzisti” esprime una sintesi di energia e potenza che suona assai meglio di “Pidiellini”. Certo: c’era il rischio di esserne intimoriti per l’assonanza incrociata tra “Forzuti” e “Squadristi”, ma poi si pensava a tutte quelle rassicuranti giacche e cravatte e a quelle manine morbide da colletti bianchi e ci si tranquillizzava.

Per concludere rivolgo un pensiero di commiato, da amante della parola e da elettore di sinistra che ogni tanto ha valutato la possibilità di votare a destra, ad Alleanza Nazionale. Al di là del suo vero contenuto politico che mi sembra vada perso (ed è un peccato: lo dico senza ironia), mi dispiace che scompaia dal parlamento un nome bello davvero. Forse forse – almeno da un punto di vista linguistico – sarebbe stato preferibile che il blocco di centro-destra si fondesse in Alleanza Nazionale. Magari avrebbero potuto chiamarlo Partito per l’Alleanza Nazionale, ma allora i suoi membri come si sarebbero chiamati: Panini?

Grazie della vostra attenzione.
Francesco


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