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Numero quattro - Crea un elettore

Ciao a tutti. Ho un’idea. So che molti potranno trovarla ingenua, e che si tratta di una goccia nel mare, ma da qualche parte si deve pur cominciare e io vorrei farlo, anche, da chi non va a votare.

In questo paese c'è troppa gente che non solleva mai la testa dal fiero pasto della propria quotidianità. Che è troppo occupata dal suo lavoro e della tran tran di tutti i giorni per rendersi conto di quello che accade. Sono quelli che si risveglieranno tra pochi anni e si chiederanno come mai non riescono a iscrivere i figli al nido o scuola, come mai qualunque analisi medica sarà a pagamento, e cose simili. Cose che li toccheranno all’improvviso quando avranno un bambino, quando staranno male o quando semplicemente le loro esigenze muteranno rispetto a oggi. Sto descrivendo in gran parte persone disgustate dalla politica, o semplicemente poco interessate e poco fiduciose del fatto che il loro voto possa fare la differenza. E che quindi da anni non si scomodano a indicare la propria preferenza. Magari sono fuori sede per i quali è un po’ più complicato essere inseriti nelle liste del posto in cui sono domiciliati. I motivi per non perdere quella mezz’ora sono tanti. Nessuno è secondo me un motivo valido.

La mia proposta è quella di individuare le persone che sappiamo non votare – persone che hanno fiducia in noi – e cercare di convincerle a farlo. Le leve possono essere le più disparate: per esempio si può cercare di informarle su argomenti che sappiamo essere importanti per loro.

Non dico di cercare di farli votare come vorremmo noi: nel gioco ci sta anche alla fine che decidano di favorire un partito che non ci piace. Ma se crediamo che li avremo spinti verso le urne con una certa consapevolezza avremo fatto comunque un buon lavoro. Trarranno da soli le loro conclusioni.

Questo è quello che possiamo fare noi. Una delle cose che possiamo fare.

Quello che invece chiedo ai partiti di tutti gli schieramenti, mentre io convinco i miei due o tre amici a tornare a dare al voto l’importanza che secondo me merita, è di rendersi un po’ più presentabili. Se devo convincere una persona che si fida di me a scomodarsi per voi, vorrei che anche voi faceste un piccolo sforzo.

Che dite: chiedo troppo?

Un abbraccio. Francesco

Numero Tre - Togliere ai ricchi evasori per dare ai poveri contribuenti

Questa è alquanto provocatoria, ma forse smuoverebbe un po’ le acque in tema di evasione fiscale. Il problema con la storia dei professionisti o dei negozi che vendono o lavorano in nero sta pure nel fatto che in genere chi si serve di loro non ha grande interesse a farsi fare la fattura. Quasi sempre, infatti, l’interessato propone un significativo sconto immediato sulla prestazione o sull’articolo acquistato. Così anche in quei casi in cui uno potrebbe scaricare la prestazione dalle tasse (vedi medici), ci si fa due conti e si preferisce pagare subito di meno, piuttosto che aspettare il momento del 730 e doversi ricordare d’inserire la ricevuta. Insomma: diciamo che in genere là per là sfugge il fatto che se tanta gente non paga le tasse, questo si riflette sul bilancio dello Stato e quindi sulla qualità dei servizi offerti. Si pensa solo a tirar fuori meno soldi in quel momento, senza considerare che quella persona che ti propone lo sconto si serve di quanto lo Stato gli mette a disposizione senza in cambio fornire la sua parte in termini fiscali. Si diventa complici di queste persone anche quando si è lavoratori dipendenti, cioè gli unici che di sicuro le tasse le devono pagare, in quanto vengono sottratte all’origine.

Allora mettiamo che io sia uno in regola col Fisco che si trova nella condizione di capire che un negoziante o un professionista evada le tasse. I modi sono molti: scopro che paga i dipendenti in nero; mi propone acquisti o prestazioni senza ricevuta; vengo a sapere che i figli prendono la borsa di studio all’università e lui ha una villa da paura… I modi per essere ragionevolmente sicuri sono molti, ma adesso come adesso non c’è nessun incentivo a farlo. E se invece non fosse così? E se invece il fisco mi riconoscesse un “bonus” (uso un termine alla moda) per quei soldi che gli faccio recuperare?

Allora ecco l’idea: se invece di denunciare qualcuno anonimamente (cosa che si può fare anche oggi) il cittadino segnala un evasore fornendo il proprio nominativo, il Fisco gli “sconta” dalle tasse una percentuale di quanto recuperato dall’evasore stesso.

Provo a fare qualche numero: mettiamo che uno guadagni trentamila euro lordi all’anno come lavoratore dipendente. Non sono un esperto di aliquote ma temo che almeno un terzo se ne vada in tasse, quindi diciamo diecimila euro. Se – sempre per fissare le idee – il Fisco mi riconoscesse una percentuale del 5% su ogni euro recuperato dalle mie denuncie basterebbe trovare un evasore da centomila euro l’anno per vedere le mie tasse dimezzate. Soldi veri, sempre per citare un modo di dire piuttosto attuale. Con due evasori da centomila o quattro da cinquantamila (e che ci vuole a trovarli?) mi troverei a non pagare più le tasse per quell’anno!

La Guardia di Finanza riuscirebbe a concentrare le sue azioni ispettive a partire da segnalazioni concrete, basate su esperienze reali e non anonime, e nell’esempio fatto sopra lo Stato recupererebbe centonovantamila euro al netto del bonus riconosciuto a chi ha indirizzato le ricerche.

Questa sì che sarebbe una vera pensata alla “Robin Hood”, o no?

Ovviamente poi lo Stato dovrebbe assicurarsi di farseli ridare davvero, quei soldi, ma questa è un’altra storia…

Grazie della vostra attenzione,

Francesco

Numero Due - Fare la madre è un lavoro usurante: andrebbe riconosciuto

Ciao a tutti. Ho un’altra idea. Mi è venuta seguendo la polemica in merito all’ipotesi di portare l’età pensionabile delle lavoratrici statali a 65 anni per equipararla a quella dei loro colleghi uomini. Personalmente non comprendo la disparità tra impiegati pubblici e privati e stento a capire questo tipo di vantaggio, così come non condivido – in assoluto – la differenza tra uomini e donne. Peraltro si tratta di un adeguamento a una normativa europea, quindi non c’è molto da fare.

Detto questo, va tuttavia secondo me considerato che le donne (siano esse dipendenti statali o del settore privato) una differenza vera ce l’hanno di sicuro quando sono anche madri. Una mamma lavoratrice si trova sobbarcata di un doppio compito che la costringe in molti casi a delle corse continue tra scuola, lavoro e faccende varie. Qualcuno in tv ha detto che a parità di condizioni, in confronto a una madre che lavora, un uomo in pratica fa il part-time, e io credo che sia vero.

Quindi ecco l’idea: equipariamo pure donne e uomini per quanto riguarda l’età pensionabile, ma pensiamo a un meccanismo di maturazione anticipata dei privilegi per le madri, siano esse impiegate pubbliche o private. Forse escluderei le donne che non lavorano, in quanto non credo varrebbe il concetto del “doppio compito” che sta alla base di questa proposta.

Per fissare le idee, sto pensando a una cosa di questo tipo: per il primo figlio la donna matura due mesi di pensione per ogni anno del bmbino, fino al diciottesimo. Per il secondo un mese e per il terzo dieci giorni. In questa ipotesi, una donna con un figlio vedrebbe “scontati” tre anni di pensione, una con due figli arriverebbe a quattro anni e mezzo e con un terzo figlio si giungerebbe a cinque. Nel caso se ne facessero di più non si avrebbero ulteriori riduzioni, salvo la malaugurata eventualità della perdita di uno dei primi tre prima del compimento della maggiore età, che evidentemente porterebbe uno degli altri figli nella lista che fa accumulare il credito contributivo. In ogni caso, indipendentemente dall’effettivo modello di calcolo che si potrebbe adottare o dal numero dei figli da considerare “nel conto”, i mesi complessivi non potrebbero essere più di 60, cioè proprio quei famosi cinque anni che hanno sollevato tanto polverone. In questo modo, credo, ci si adeguerebbe alle normative europee, in quanto l’età pensionabile sarebbe effettivamente equiparata, solo che una certa categoria (le madri) vedrebbe riconosciuta la sua condizione di “lavoratore disagiato”. Non sarebbe una cosa molto diversa dallo sconto a cui hanno diritto gli addetti delle Forze dell’Ordine a fine carriera. O dai privilegi ancora più marcati che sono riservati ai parlamentari.

Inutile dire che l’idea è che una donna possa avvalersi di questo “sconto”, non che debba. Sarebbe un riconoscimento per quelle madri che nella maturità desiderino liberarsi prima dall’incombenza del lavoro, magari per occuparsi dei loro nipoti o per dedicarsi ai propri interessi. Se una donna – anche se madre – preferisce restare al suo posto, deve secondo me avere il diritto di farlo. Probabilmente, se la mia idea diventasse realtà, dovrebbe rinunciare alla possibilità di ritirarsi in anticipo, ma continuerebbe a maturare contributi, esattamente come ogni altro lavoratore.

Grazie della vostra attenzione,

Francesco

Numero Uno - Come diventare parlamentari

Ciao a tutti. Comincio subito questa nuova sezione con un po' d'utopia. Io credo che siccome tutti gli incarichi statali sono soggetti a concorso, anche quello di parlamentare (o di senatore, o di amministratore pubblico) andrebbe soggetto a un esame pubblico, per titoli ed esami. I titoli sarebbero ovviamente lauree, dottorati, master e altri percorsi formativi certificati (con punteggio più o meno alto in relazione all'attinenza all'incarico), ma anche pubblicazioni e premi. Gli esami poi dovrebbero essere sia scritti che orali (ed evitate vi prego facili e squallidi giochi di parole su questi ultimi, eh?).
In sostanza, per potersi candidare alle elezioni sarebbe necessario partecipare al concorso, classificarsi fra gli idonei e venire inserito in lista in ordine di punteggio. Ovviamente stiamo parlando di un sistema in cui gli elettori possano esprimere la propria preferenza elettorale, ma la grossa differenza starebbe nel fatto che non sarebbero i partiti a scegliere i candidati, ma sarebbero le graduatorie a imporglieli. Ovviamente se un partito ci tenesse a candidare qualcuno dovrebbe semplicemente imporgli di superare (brillantemente) il concorso.

Si potrebbe anche pensare a una parte dell’esame (stilato dagli stessi partiti) relativo alla storia e all’ideologia del partito nel quale ci si vuole candidare, in modo da mostrare in qualche modo un concreto attaccamento a quella parte politica.

A quel punto starebbe agli elettori decidere, ma almeno saprebbero che i candidati, per arrivare là, devono essere gente che ha studiato, e penso che questo porterebbe a una classe politica più giovane, più motivata, più competente. Sarebbero anche più onesti? Non lo so, ma certo il perverso meccanismo delle candidature finalizzate a portare “sacche” di voti diventerebbe molto meno facile.

Ovviamente la “patente” di candidato elettorale andrebbe mantenuta, e sarebbe necessario dimostrare (attraverso aggiornamenti e crediti formativi da accumulare, oltre che con degli esami periodici) di essere ancora idonei.

Inutile dire che (come succede in qualunque lavoro normale) si dovrebbe presentare il certificato dei carichi pendenti. E se non fosse pulito, non si potrebbe partecipare al concorso.

Grazie della vostra attenzione,
Francesco

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